Strada maestra

“La strada nel nostro immaginario è un luogo caratterizzato da moltissime cose. Un luogo dove si gioca, un luogo pericoloso, un luogo dove ci si incontra. Partiamo da lì”.

Matteo Aigotti

Il quartiere di San Salvario a Torino è stato a lungo noto alle cronache televisive per microcriminalità e attività di spaccio. I salesiani vi si stabiliscono dal 1800 e ci sono rimasti fino ad oggi. Dieci anni fa decidono di iniziare a uscire dall’oratorio per incontrare e avvicinare le persone migranti che arrivavano in città. Matteo Aigotti, educatore e coordinatore dell’azione “Strada facendo” di Bella Presenza, racconta la sua prima uscita al parco del Valentino.

“C’erano dei ragazzi marocchini ed ero andato lì con un pallone da calcio per giocare con loro. Il primo giorno non è successo nulla. Il secondo giorno abbiamo giocato. E da lì abbiamo continuato a vederci, ogni giorno”.

La strada per noi che facciamo questo lavoro è un luogo dove le persone si incontrano. Delle persone qualificate, che hanno studiato, vanno ad incontrare delle altre persone, offrendogli dei servizi e provando a costruire insieme un progetto di vita.
Storie

Con due nomi di fantasia, ecco due storie di ragazzi incontrati durante l’attività svolta dall’educativa di strada gestita da Matteo e la sua collega Giulia. Storie uniche e al tempo stesso paradigmatiche del lavoro che si fa.

Mary è una ragazza rumena che ha alle spalle un percorso migratorio che caratterizza le famiglie rumene. Prima in Italia arriva la madre. Generalmente trova impiego come colf e badante, mentre magari nel paese d’origine era un’insegnante universitaria o aveva un impiego in banca. Senza la famiglia, la madre prova ad integrarsi, mantiene se stessa e al tempo stesso la famiglia in Romania. Mary raggiunge la madre in Italia, ma c’è un grande distacco emotivo perché si erano separate quanto lei era molto piccola.

Arriva a 13 anni e non conosce la lingua, in Romania non andava a scuola, si ritrova a vivere con una persona che è sua madre ma che per lei è quasi una sconosciuta, e ad avere delle regole che nel suo paese non aveva. Arriva che sembra una bimba sperduta, anche se si veste in modo molto appariscente e ha modi di fare da persona irruenta. Dietro nasconde una ricerca di attenzioni e di cura che raramente ha avuto. E’ fragile però anche forte, perché cerca di esprimere il suo malessere. Gli educatori e le educatrici l’hanno accompagnata in questa sua nuova vita.

storie

Cristiano un ragazzo marocchino. Arriva in Italia con i genitori, che dopo poco si separano. Il padre torna in Marocco, mentre lui resta in Italia con la madre. E’ uno dei pochi ragazzi marocchini che Matteo ha conosciuto che decide di iscriversi al liceo, dove però fatica abbastanza. Inizia a pensare che i professori ce l’hanno con lui, che non capisce le cose perché viene da un’altra cultura. Si sente diverso, lo fanno sentire tale. E con il passare del tempo il suo disagio si manifesta con una psicosi. Per essere curati da psichiatria a Torino si aspetta un sacco di tempo e spesso invece di una vera e propria terapia capita che si ricevano prescrizioni di farmaci e via.

Lui invece fa un percorso, si rimette a posto e diventa un educatore – un peer educator – ovvero una persona che mette a disposizione per altri ragazzi l’esperienza di vita che hanno fatto. “La sua esperienza significativa vale molto più di cento parole dette da me”, dice Matteo. Giulia racconta che quando ha conosciuto Cristiano con lei parlava pochissimo e ci è voluto del tempo per costruire una relazione. Lei ne ha visto la crescita, nei momenti alti e nei momenti bassi. Oggi è una persona loquace, che parla moltissimo delle sue passioni, ad esempio della cucina. A tratti però è ancora molto timido e parla moltissimo con gli occhi. “E quando c’è, senti la sua presenza”, conclude Giulia.

Ma quali sono i limiti che un educatore non deve superare? In altre parole, che figura è un educatore?

“Il limite è la libertà della persona. Con i ragazzi che incontriamo la nostra idea è di stare con loro, ma nella libertà di accettare che le nostre proposte possono non interessare. L’importante è fare una scelta libera e consapevole. Facendo un patto, che il tempo che passiamo insieme debba essere significativo. La figura dell’educatore io la vedo come quella di un accompagnatore che sa che sulla strada non ha un ruolo precostituito. C’è una relazione e dentro questa relazione costruisci tu chi sei”. Matteo


“Ogni volta ti trovi davanti una persona differente. Come donna mi pongo un limite fisico, rispetto ad abbracci, pacche sulle spalle, è una cosa che si impara a dosare con il tempo. Credo sia importante camminare con loro e dirgli che noi ci siamo. Magari non è quello il momento giusto per entrare in contatto con noi, ma quello che diciamo a tutti è che possono contattarci, scriverci, chiamarci, quando vorranno. Non chiudiamo mai la porta a nessuno”. Giulia


“Quando ero più giovane pensavo che per i ragazzi con cui mi relazionavo dovevo essere perfetto. Ma una psicologa che mi seguiva mi fece riflettere dicendomi “i ragazzi non cercano super-eroi ma cercano persone”. L’educativa di strada ha bisogno di tempo per raggiungere dei risultati. Andiamo dove pensiamo di incontrare ragazzi e ragazze che a cui possiamo offrire qualcosa. Adesso stiamo lavorando molto nei centri commerciali. A seconda del bisogno che incontriamo, proviamo a costruirci una struttura. Ad esempio abbiamo aperto uno sportello di orientamento al lavoro che è nato dopo un anno di educativa di strada”. Matteo

Le regole di un buon educatore secondo i ragazzi e le ragazze della redazione
Usare l’ascolto. “Essere ascoltati per i ragazzi è veramente importante”.
Collaborerei con altri educatori.
Rispettare la privacy. “Le cose che racconto devono restare tra noi”.
Essere disponibile ed empatico. “L’educatore deve far sentire che ti apprezza, ti deve far sentire speciale e cioè che ti vede e ti capisce”.
Sapersi immedesimare e non giudicare. “Sapere che c’è comprensione e non giudizio. Perché è il giudizio che distacca le persone”.
Essere onesti. “Parlarsi con franchezza”.
Collaborare con altri educatori.

La parola ai ragazzi e alle ragazze

“Penso che i ragazzi che arrivano a Napoli, abbiano difficoltà con la lingua e si sentano esclusi. Penso però per esempio anche ai ragazzi che hanno i genitori divorziati e non parlano dei loro problemi e vanno in depressione. Sarebbe utile che nelle scuole ci fosse uno psicologo che aiuti gli studenti”. Alexandra


“Non sempre i ragazzi sono pronti a farsi aiutare e non deve essere semplice immedesimarsi, senza lasciarsi coinvolgere”. Matilde


“Come possono stare vicini gli adulti ai giovani? Non c’è uno schema che è valido per tutti i giovani, è qualcosa di molto vario e complicato, e un altro fattore che entra in gioco è il gap generazionale. Per quanto in certi casi provino a comprendere certe nostre necessità sono diverse da quelle che hanno vissuto loro”. Michele


“La relazione funziona quando un adulto riesce a ricordare di essere stato un ragazzo. A volte faccio la babysitter con una bambina più piccola, di nove anni, che magari si lamenta dei compiti, mi metto nei suoi panni e mi ricordo di quando avevo la sua età ed ero nella stessa situazione”. Nicole


 “Siamo rimasti stupiti di ascoltare quanto, anche soltanto attraverso l’insegnamento della lingua italiana, possiamo creare relazioni. Credo che l’educativa di strada sia importante per non vedere le persone con ostilità. Per costruire una relazione devi saper dare qualcosa di te agli altri, accettando anche di non ricevere nulla. E poi ci vuole tempo, ed essere pronti (per gli educatori) a incassare le delusioni”. Daniele


“Sono dell’idea che non bisogna solo ascoltare ma raccontare qualcosa di sé. E’  con la condivisione reciproca delle esperienze, si può instaurare la fiducia.” Viola


“E’ difficile anche capirsi anche tra pari. Riesci a comprendere quella persona se hai avuto lo stesso vissuto o le stesse esperienze. Il luogo dove si è nati, la scuola, identificano molto una persona. Noi siamo ragazzi nati e cresciuti in campagna e siamo molto legati ai nostri contesti, alla piazzetta del paese, ad abitudini semplici come giocare a carte e ogni tanto in centro a Firenze”. Michele, Matilde e Irene


“Quando ho un problema, per prima cosa mi rivolgo a me stessa. Oppure ne parlo con mia sorella maggiore. Con la mia migliore amica non parlo dei problemi ma solo degli interessi, di quello che ci piace, di quello che facciamo. Io non voglio appesantire lei, e lei non vuole appesantire me”. Nicole

Il lavoro di educativa di strada del Centro Toscano Marginalità

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